mariadipietro

“La fotografia di Maria Di Pietro agisce ai bordi dell'infelicità...”

Maria Di Pietro è una fotografa italiana, nata nel Sud Italia, nella Campania Felix, Liternum terra di abbandono e indifferenza cui sempre ha udito l’eco della storia e della passata grandezza. Si laurea all' Accademia di Belle Arti di Napoli approfondendo un percorso volto alla fotografia, discutendo una tesi con la storica e critica dell'arte Ennery Taramelli, il fotografo Fabio Donato e la pedagogista Donella Di Marzio. La sua vocazione è in tutta la sua passione carnale verso ogni forma di scrittura per immagini che, strada facendo, ha preso corpo documentando con una macchina fotografica i soprusi e le ingiustizie alla sua terra, tristemente nota come Terra dei fuochi. Più che una documentazione la sua, è la necessità di raccontare, immortalare la gioia seppur ai margini di quell'infelicità insita nei vicoli dell'emarginazione e dell'indifferenza. Realizza la sua prima mostra con una collettiva Arte Involontaria presso la Galleria Porta Blu di Roma a cura della critica d’arte Rosella Gallo che di lei dirà "...fotografa di continuo e d'istinto, uno scatto immediato, un approccio che viene da dentro, un'istintività viscerale che consente di afferrare quell'attimo cui aveva intuito la presenza…". I suoi scritti sono funamboli su un filo sottile che spazia da un'assetata ricerca tra il teatro della vita ed il fotogiornalismo, cui si dedica nei primi anni collaborando con l’agenzia fotografica Controluce, punto di riferimento per il sud Italia che le offre la possibilità di immettersi nel circuito professionale, pubblicando su riviste nazionali ed internazionali. Realizza varie mostre, partecipa ad incontri di "sopravvivenza visiva" con il fotografo Sergio De Benedittis. Nel 2005 farà parte della sezione teatro alla XII Biennale dei Giovani Artisti dell'Europa e del Mediterraneo di Napoli, esperienza che rafforza la consapevolezza di quanto l'arte resti punto cardine del suo percorso. Importante il suo incontro nel 2007 con la poetessa Alda Merini che le lascerà non solo la grandezza della sua poesia, ma soprattutto la sensibilità di una donna avversa ad ogni potere e ad ogni autorità che non sia quella dell'amore, della passione e della bellezza. Nel 2009 pubblica il suo racconto Napoli Nomade, visionato e apprezzato da Grazia Neri, che esporrà insieme all’amico fotografo Giulio Piscitelli presso l’Archivio Parisio di Napoli. Nello stesso anno partecipa al Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli/Buenos Aires, viene premiata dal fotografo Pino Bertelli che sceglie il suo racconto Napoli Nomade, storia delle condizioni cui viveva la comunità rom, in campi resi permanenti per anni su discariche abusive di rifiuti, nella periferia di Napoli, come vincitore della categoria Eyes wide shut che la condurrà in Argentina dove parteciperà al Festival Internacional de Cine de Derechos Humanos a Buenos Aires e realizzerà un reportage sulla città. Le parole di Pino Bertelli "C’è dolore eterno e anche felicità possibile in questa iconografia dell’accoglienza. I bambini dietro il vetro, i piedi nudi, sporchi, accanto a un martello e un volantino, la bambina bionda, scalza, che attraversa una pozza d’acqua, la forza degli occhi di un bambino/a buttati contro il cielo... restano a testimoniare che la verità non può mai essere quella dei linguaggi dominanti ma il conseguimento della secolarizzazione delle lacrime. Il bello, come il giusto, è qualcosa di scomodo e quando il bello si riconosce nei lamenti umani, c’è un po’ più amore nel mondo". Il suo impegno sociale, la sua etica spesso in contrasto e in lotta con il giornalismo di quel periodo, la portano ad un distacco, a lasciare la news di ritorno dal terremoto dell'Aquila che documenterà come suo ultimo reportage, decide di lavorare liberamente per restare fedele alla sua fotografia. Nel 2010 si dedicherà al progetto Fabbrica della Arti di Napoli insieme a Giusy Laurino con artisti quali l'artista e designer Nathalie du Pasquier, la pittrice Chung Eun-Mo, Oreste Zevola, Renato Barisani, Fabrizio Carola. Esporrà al Napoli Teatro Festival con il racconto Presenze dell’ex stabilimento Peroni. Si trasferirà in seguito, nel silenzio dei sassi della città di Matera.
Nel 2011 viene pubblicato il suo reportage Buenos Aires ambientato nella città argentina, lo stesso lavoro sarà in mostra con una personale presso l’Archivio Parisio di Napoli, "...le inquadrature inclinate, le sfocature, le allusioni al desiderio di esistere sparsi nel reportage della Di Pietro, parlano del bene comune da conquistare... la fotografia così fatta porta in sé la nobiltà del comunicare e si accompagna al romanzo autobiografico che ne consegue e solo se volgiamo lo sguardo della scatola magica al nostro interno possiamo scoprire la libertà, il giusto, il bello o il buono che ci circonda. Le fotografie di vita comune di Buenos Aires sono messaggeri di speranze mai sopite e convergono verso la risoluzione di un tempo condiviso che appartiene agli ultimi di ogni società. In queste immagini nude, fin troppo semplici, il richiamo a una vivenza più giusta comincia a muoversi, il presente e il passato si intrecciano e anche i morti per la libertà di un popolo riaffiorano nella nostra immaginazione". Nel 2013 parteciperà al Festival di Riace IV edizione e nello stesso anno con il racconto fotografico Lettere da Lampedusa, sarà ospite nella rassegna del Festival di Lampedusa - Storie, Incontri, Migrazioni e Culture del Mediterraneo. Al Palazzo della Arti di Napoli esporrà la sua mostra fotografica Guardami, diritti negati ai bambini della comunità rom, nel Festival del Cinema dei Diritti Umani. La mostra sarà censurata, ma fortemente voluta dal fotografo Pino Bertelli che la proietterà nella stessa sede. In collaborazione con Napoli - Institut Francais curerà la mostra fotografica in anteprima nazionale La forza silenziosa di Liu Xia presso PAN – Palazzo delle Arti di Napoli. Saranno questi gli ultimi mesi in cui vivrà nella sua terra e continuerà la sua fotografia di sopravvivenza visiva, insieme al suo amico fotografo Cesare Abbate, compagno di mille chiacchierate di storie, passioni e conflitti di una terra unica, colma di tormento e incanto. Negli anni successivi si trasferirà in Toscana dedicandosi principalmente all’insegnamento dell’arte e della fotografia presso associazioni culturali e la scuola pubblica italiana. Nel 2016 la sua opera fotografica Boca entra a far parte della collezione permanente del museo MO.C.A. Montecatini Contemporary Art. Nel 2017 incontrerà Letizia Battaglia che si innamorerà dei sui “zingarelli”, definendo le sue fotografie “... di delicata bellezza, una bellissima piacevole sorpresa”. Parteciperà alla collettiva Libro d'artista a cura dell’Archivio Carlo Palli con artisti quali Fabio De Poli, Keith Haring, Bernard Heidsieck, Emilio Isgrò, Jannis Kounellis, Jannis Kounellis, Man Ray, Hermann Nitsch, Yōko Ono. Nello stesso anno in occasione di Pistoia Capitale della Cultura 2017 presso la Biblioteca San Giorgio di Pistoia, partecipa con il suo lavoro Fotografia della Reverie, con la prefazione di Pino Bertelli, alla prima edizione di ArtShow - rassegna d’arte contemporanea con la direzione dell’artista Fabio De Poli e a cura di Felisia Toscano, altra donna coraggiosa e avventurosa che da questo momento la affiancherà e si occuperà di curare i suoi progetti, fino ad intraprendere insieme un progetto di vita volto a camminare in libertà, senza compromessi, senza dipendere da un luogo, da un genere, da un ceto, da una cultura, per esplodere e frantumarsi continuamente provando ad esistere.
Nell'estate del 2017 decidono di intraprendere il loro primo viaggio on the road partendo dall'Italia fino a raggiungere il Portogallo, attraversando la strada panoramica N108, perdendosi in una delle dieci strade panoramiche più belle al mondo, sulla riva destra del Douro tra Santa Marinha do Zezere e Peso da Regua.
Nel 2018 pubblica il catalogo fotografico Guardami con la collana Zero in Condotta edito La Città Del Sole, un racconto di denuncia consegnato nel 2014 alla Commissione dei Diritti Umani di Roma che dimostrava le condizioni di vita della comunità Rom nei campi di Masseria del Pozzo di Giugliano in Campania. Scriverà di lei Antonio Esposito “ti interrogano quei bambini, raccontano storie i loro corpi sporchi e le loro ferite, indignano e scuotono con quei piedi nudi che calpestano terre devastate da sversamenti e discariche. Non c’è mai pietismo, sensazionalismo, morbosità nei ritratti di Maria…”
Nel 2019 ha redatto con Pino Bertelli e Felisia Toscano il Manifesto per una fotografia di bellezza e giustizia.
Collabora costantemente per la realizzazione di storie che pongono l'attenzione sulle disuguaglianze e sul potere della poesia nella quotidianità della resistenza, la sua è una fotografia documentaria, istintiva, inevitabilmente fotoscrittura, che cede ad una ricerca e narrazione poetica. Ha scritto e scrive di arte e fotografia per varie riviste tra cui Phocus Magazine di Francesco Mazza. Fedele a se stessa e libera da padroni, conduce un percorso solitario, una personale ricerca volta al paesaggio, ai volti, alle tracce e ai segni che l'umanità lascia, a quella bellezza insita nella quotidianità dello sguardo. Nella primavera del 2019 con gli scritti di Walt Whitman e un immaginario da sempre custodito, intraprende un viaggio negli Stati Uniti: dai vecchi moli del porto di Red Hook, Dumbo e il ponte di Brooklyn. Lower East Side e l’immaginario della vecchia Manhattan, Greenwich Village ed East Village, Harlem, il Bronx… fino a Coney Island sotto la pioggia in girotondo tra le giostre immobili.
Nel marzo del 2020 realizza un reportage fotografico autobiografico sulla sua condizione di contagiata dal Covid-19 Sulla fotografia della vita quotidiana d’una contagiata.
Tra i suoi ultimi progetti, tutt'uno con la sua filosofia di vita, inizia da Parigi, un percorso sulla fotografia e il viaggio, con al centro la figura della donna flaneuse, flaneuse alla deriva... con una lanterna magica di legno che realizza fotografie su carta ai sali d'argento.

Nel 2022 viene inserita, nel libro Fotografia Ribelle, tra le 33 fotografe che hanno rivoluzionato la fotografia (e la loro vita) edito Interno4 con Berenice Abbott, Berenice Abbot, Paola Agosti,Diane Arbus, Eve Arnold, Letizia Battaglia, Alexandra Boulat, Margaret Bourke-White, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Claude Cahun, Gisèle Freund, Nancy "Nan" Goldin, Kati Horna, Germaine Krull, Dorothea Lange, Annie Leibovitz, Vivian Maier, Sally Mann, Mary Ellen Mark, Lee Miller Penrose, Lisette Model, Tina Modotti, Ruth Orkin, Leni Riefenstahl, Cristina García Rodero, Marialba Russo, Annemarie Schwarzenbach, Cindy Sherman, Gerda Taro, Francesca Woodman, Liu Xia.

"Sono fuori da tutto perché non sono stata capace di stare in quei circoli ristretti dove fotografi, artisti e critici cercano spesso di mascherare con la gravità o l'isolamento, il loro settarismo e la banalità dei loro intenti. Non sono riuscita a trovare un equilibro per guadagnare raccontando tragedie umane, perché troppo stretta la strada per quelli che stringono tra le mani il senso di giustizia, sfacciatamente larga quella di chi aspira a premi e notorietà, che si esalta e magnifica sé stesso, sulle sofferenze altrui. Scelgo la libertà, diceva Camus, perché anche se la giustizia non è compiuta, la libertà mantiene un potere di protesta contro l’ingiustizia e mantiene aperta la possibilità di esprimersi. Ed eccomi qui, che rincorro ancora il senso della mia fotografia, dove l'unica cosa che ho compreso è che necessito di mostrare bellezza e giustizia, perché senza poesia nulla ha senso. So di essere ingovernabile, so che impiego troppi sentimenti e troppa arte nella mia esistenza quotidiana, tanto da non saper trovare un equilibrio per dare forma e concretezza all'arte, ne sono consapevole e ancora provo a farmene una ragione. Mi scontro con élite, ho imparato che le verità si odono sulla pelle e nei cuori della povera gente, nelle lacerazioni e nei conflitti, nella nobiltà d’animo, non certo nei grumi di potere di governi, religioni e partiti che sono giunti a creare indignazioni a comando. Non tollero la volgarità e la rozzezza, ogni gesto deve avere l’eleganza e la raffinatezza di pensieri immensi.
𝚃𝚛𝚘𝚟𝚘 𝚊𝚜𝚜𝚘𝚕𝚞𝚝𝚊𝚖𝚎𝚗𝚝𝚎 𝚛𝚒𝚍𝚞𝚝𝚝𝚒𝚟𝚊 𝚕’𝚊𝚏𝚏𝚎𝚛𝚖𝚊𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 𝚌𝚑𝚎 𝚞𝚗𝚊 𝚏𝚘𝚝𝚘𝚐𝚛𝚊𝚏𝚒𝚊 𝚜𝚎 𝚑𝚊 𝚋𝚒𝚜𝚘𝚐𝚗𝚘 𝚍𝚒 𝚙𝚊𝚛𝚘𝚕𝚎 𝚙𝚎𝚛 𝚍𝚎𝚜𝚌𝚛𝚒𝚟𝚎𝚛𝚕𝚊, 𝚜𝚒𝚊 𝚞𝚗𝚊 𝚏𝚘𝚝𝚘𝚐𝚛𝚊𝚏𝚒𝚊 𝚌𝚑𝚎 𝚒𝚗 𝚏𝚘𝚗𝚍𝚘 𝚗𝚘𝚗 𝚑𝚊 𝚗𝚞𝚕𝚕𝚊 𝚍𝚊 𝚍𝚒𝚛𝚎. 𝙴̀ 𝚞𝚗’𝚊𝚏𝚏𝚎𝚛𝚖𝚊𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 𝚘𝚛𝚖𝚊𝚒 𝚒𝚗 𝚟𝚘𝚐𝚊 𝚝𝚛𝚊 𝚝𝚞𝚝𝚝𝚒 𝚒 𝚍𝚘𝚌𝚎𝚗𝚝𝚒 𝚜𝚎𝚍𝚒𝚌𝚎𝚗𝚝𝚒 𝚏𝚘𝚝𝚘𝚐𝚛𝚊𝚏𝚒.
𝙸𝚕 𝚋𝚒𝚜𝚘𝚐𝚗𝚘 𝚍𝚒 𝚙𝚊𝚛𝚘𝚕𝚎, 𝚌𝚑𝚎 𝚜𝚒𝚊 𝚍𝚎𝚕𝚕’𝚊𝚛𝚝𝚒𝚜𝚝𝚊 (𝚒𝚗 𝚚𝚞𝚊𝚗𝚝𝚘 𝚏𝚘𝚝𝚘𝚐𝚛𝚊𝚏𝚊/𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚟𝚊 𝚘𝚕𝚝𝚛𝚎 𝚕𝚊 𝚖𝚎𝚛𝚊 𝚎𝚜𝚎𝚌𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎/𝚙𝚛𝚘𝚍𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎) 𝚘 𝚍𝚒 𝚌𝚑𝚒 𝚐𝚞𝚊𝚛𝚍𝚊, 𝚗𝚊𝚜𝚌𝚎 𝚍𝚊𝚕 𝚏𝚊𝚝𝚝𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚟𝚎𝚍𝚎 𝚎̀ 𝚌𝚒𝚘̀ 𝚌𝚑𝚎 𝚙𝚎𝚗𝚜𝚊, 𝚎 𝚚𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚙𝚎𝚗𝚜𝚊 𝚜𝚒 𝚎𝚜𝚙𝚛𝚒𝚖𝚎 𝚌𝚘𝚗 𝚕𝚊 𝚕𝚞𝚌𝚎 𝚎 𝚌𝚘𝚗 𝚕𝚎 𝚙𝚊𝚛𝚘𝚕𝚎.
𝙸𝚖𝚖𝚊𝚐𝚒𝚗𝚎 𝚎 𝚙𝚊𝚛𝚘𝚕𝚊 𝚜𝚘𝚗𝚘 𝚍𝚞𝚎 𝚊𝚗𝚒𝚖𝚎 𝚌𝚑𝚎 𝚜𝚒 𝚏𝚛𝚘𝚗𝚝𝚎𝚐𝚐𝚒𝚊𝚗𝚘 , 𝚟𝚎𝚛𝚋𝚊𝚕𝚎 𝚎 𝚟𝚒𝚜𝚞𝚊𝚕𝚎, 𝚙𝚛𝚘𝚙𝚛𝚒𝚘 𝚙𝚎𝚛 𝚛𝚒𝚋𝚊𝚍𝚒𝚛𝚎 𝚌𝚑𝚎 𝚎̀ 𝚕𝚊 𝚕𝚘𝚛𝚘 𝚞𝚗𝚒𝚘𝚗𝚎 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚗𝚍𝚎 𝚙𝚘𝚜𝚜𝚒𝚋𝚒𝚕𝚎 𝚕𝚊 𝚖𝚊𝚐𝚒𝚊.
𝙿𝚎𝚛𝚜𝚘𝚗𝚊𝚕𝚖𝚎𝚗𝚝𝚎 𝚗𝚎 𝚑𝚘 𝚜𝚎𝚖𝚙𝚛𝚎 𝚜𝚎𝚗𝚝𝚒𝚝𝚊 𝚕𝚊 𝚗𝚎𝚌𝚎𝚜𝚜𝚒𝚝𝚊̀, 𝚊 𝚟𝚘𝚕𝚝𝚎 𝚌𝚘𝚖𝚎 𝚊𝚌𝚌𝚘𝚖𝚙𝚊𝚐𝚗𝚊𝚖𝚎𝚗𝚝𝚘, 𝚊𝚕𝚝𝚛𝚎 𝚌𝚘𝚖𝚎 𝚒𝚗𝚒𝚣𝚒𝚘, 𝚊𝚕𝚝𝚛𝚎 𝚌𝚘𝚖𝚎 𝚏𝚒𝚗𝚎, 𝚊𝚕𝚝𝚛𝚎 𝚊𝚗𝚌𝚘𝚛𝚊 𝚌𝚘𝚖𝚎 𝚍𝚎𝚝𝚝𝚊𝚐𝚕𝚒𝚘 𝚘 𝚊𝚌𝚌𝚎𝚗𝚗𝚘...
𝚄𝚗’𝚒𝚖𝚖𝚊𝚐𝚒𝚗𝚎 𝚎𝚜𝚊𝚕𝚝𝚊 𝚕𝚊 𝚙𝚘𝚎𝚜𝚒𝚊 𝚍𝚎𝚕𝚕𝚎 𝚙𝚊𝚛𝚘𝚕𝚎, 𝚞𝚗𝚊 𝚙𝚊𝚛𝚘𝚕𝚊 𝚎𝚜𝚊𝚕𝚝𝚊 𝚕𝚊 𝚙𝚘𝚎𝚜𝚒𝚊 𝚍𝚎𝚕𝚕’𝚒𝚖𝚖𝚊𝚐𝚒𝚗𝚎.
𝚂𝚘𝚗𝚘 𝚕𝚎 𝚋𝚎𝚕𝚕𝚎 𝚊𝚛𝚝𝚒...
Ho voluto la mia stanza tutta per me, ma non mi è bastata, come non mi è mai bastato elemosinare briciole dal tavolo degli uomini. Continuo a muovermi come donna, in una società divisa, camuffata, dominata dai valori maschili, ne sono consapevole ma continuo a guadagnarmi il diritto di dissociarmene. Resto una sognatrice che cerca in un filo d’erba la curva perfetta per sue ali. Bisogna sforzarsi di vivere, trovare il proprio spazio esistenziale, verso quel mondo che è in grado di ferire ma anche di regalare, bellezza, scoperta, doni preziosi. E sogno di farlo guardando la natura dalla cima di una collina affacciata sul mare di Napoli, quella Napoli che non esiste, Napoli è un sogno è un'illusione... tra le linee a carboncino di un'opera di Miyazaki... con la mia lanterna magica, a immaginare città invisibili, a guardare "le cose, le figure di cose che vedono altre cose"

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