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Benjamine Clementine

Soul intenso, profumo di Africa, note meravigliose che scivolano dai tasti di un pianoforte con l’incantevole “I won’t complain”.

Si poteva già andare via a inizio serata ed essere soddisfatti, assistere ad un concerto come quello di Benjamin Clementine, non accade tutti i giorni. Un artista vero che ondeggia in un turbine teatrale, che scalda e congela nello stesso istante. Sembrano apparizioni i suoi movimenti, come un sipario che si apre e si chiude.
Tutto inizia con domande da porsi, i primi due brani “By the ports of Europe” e “God save the Jungle”, invitano a riflettere, parlano di un cammino nomade e della situazione dei profughi di Calais.
Benjamin entra sul palco, immerso in una luce bianca, indossa una camicia con larghi volant, a fare da sfondo alla scena ci sono i musicisti e il coro, tutti indossano tute da lavoro e sono rigorosamente a piedi nudi.
Un’atmosfera singolare che si smembra piano, piano in un dialogo scherzoso e strampalato con il pubblico, scivolando nella meravigliosa Condolance che ricorda, dopo i sorrisi, quanto la sua voce faccia sul serio, quanto sia coinvolgente e autentica.
La poesia del suono del clavicembalo ricorda atmosfere classiche e mistiche, come una magia a spruzzi in quella calda voce soul. Benjamin siede su uno sgabello, le mani sul piano e ammira la piazza come a voler chiedere cosa donare a quel pubblico che lo ascolta accorto; guardandolo intona Caruso di Lucio Dalla e Nel blu dipinto di blu, creando per un minuto un dialogo lieve che omaggia la musica italiana da lui tanto amata.
Puccini è stato il suo primo amore musicale, le sue passioni sono la letteratura e la poesia “non sarei andato da nessuna parte senza il conforto di scrittori e poeti che ho cominciato a “frequentare” a tredici anni: William Blake, Carol Ann Duffy, C.S. Lewis. Letture che ho riposto da qualche parte dentro di me e che ogni tanto rispolvero; da adulto le comprendo meglio.”
Non si può fare a meno di ricordare da dove sia venuto quel ragazzo che pavoneggia il palco, soprattutto ascoltandolo. Origini ghanesi, adolescenza tormentata trascorsa nelle banlieue di Londra. Cresciuto con la nonna che muore quando lui aveva solo 12 anni, lasciato così nella solitudine e nello sconforto.
Solo affronta la vita e parte per Parigi dove vive per strada in mezzo ai clochard cantando nella metro parigina. Canta Benjamin, per strada e a chiunque, finchè un giorno per caso canta dinanzi ad un certo Paul McCartney che gli propone, immediatamente, un contratto discografico.
Il poeta che cammina a piedi nudi inizia a vivere da lì la sua favola, le sue canzoni , le sue poesie, sono cariche di phatos, di una voce viscerale, che aldilà della tecnica, arriva come una freccia di cupido.
Non si può non innamorarsene. Perdutamente.
Questa sera lo ascolto Benjamin e non mi chiedo a chi somigli, certo potrei pensare ad influenze quali Nina Simone, David Bowie e altri ancora, ma Benjamin ricorda troppo se stesso, piacevolmente se stesso, unico, con parole tutte sue che addirittura si inventa e appunta sul suo taccuino: “Bisogna che qualcuno incominci a fare qualcosa per salvare la lingua; è tempo di riscoprire quelle meravigliose parole cadute in disuso che tuttavia riescono perfettamente a descrivere la nostra umanità.”
Si siede di nuovo sul suo sgabello, guarda il pubblico e le note del piano suonano la tanto attesa Adios.
Si sentirà parlare di lui, per chi ancora non lo ha ascoltato, lo faccia subito e, scoprirà che non c’è bisogno di rispolverare vecchi vinili per ascoltare della buona musica.
Dopo questo concerto, non sarò abbastanza stanca al mio rientro a casa, da non riavviare il suo vinile nel giradischi e riascoltarlo per l’ennesima volta, in attesa del suo nuovo album e, dei prossimi ancora.

“Il solo modo che ho per ringraziare il mio pubblico è ripagarlo con la poesia che attingo dal profondo di me stesso.”

Pratro, Toscano
settembre 2017
Maria di Pietro
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