mariadipietro

Dalle baracche ad un sogno, l'urlo di chi non aveva niente: Diego

date » 25-11-2020 20:56

share » social


“Tanto faccio gol lo stesso”.
Lo fece, con Stefano Tacconi che si schiantò contro il palo nel tentativo di acchiappare quella palla che sfidò le leggi della fisica, disegnando una parabola surreale. Quella punizione dentro l’area di rigore, con la barriera a soli 5 metri, non è calcio: è uno dei più memorabili gesti artistici dell’intero ‘900. C’è la Guernica di Picasso, nella storia del XX secolo. E c’è QUELLA PUNIZIONE di seconda in area di rigore, con palla in movimento.
Fin qui il calcio. E già basterebbe.
Ma Diego Armando Maradona non è relegabile al reparto sportivo della storia dell’umanità. Se in questa piazzetta dei Quartieri spagnoli i napoletani più veri si sono riuniti per piangerlo a caldo, non è solo perchè è stato il più grande campione di ogni epoca. Maradona è stato l’ultimo eroe di uno sport che oggi di eroico non ha più nulla, seppellito com’è da interessi politico-finanziari e intrecci oltre i limiti della decenza. Maradona è stato l’ultimo personaggio letterario che si sia visto sopra un campo di pallone. L’ultimo a consegnare alla memoria dell’umanità qualcosa che appartiene al patrimonio mitologico di una civiltà.
Sport, certo. Ma soprattutto epica. Racconto orale da tramandare. Patrimonio romanzesco di interi popoli. Con eroe dal volto plebeo, che un bel giorno se ne va a inchiavicarsi di fango in un campetto di Acerra in mezzo ai dilettanti, per la pura gioia di giocare, sempre e con chiunque.
Basta così. Neanche. Quest’uomo ha amato Napoli come nessuno mai. Di un amore vero, viscerale, inscalfibile. Dando conferma al mondo che si può nascere napoletani pure in Argentina, dall’altra parte del mondo. Ed esserlo dentro, nel midollo, per tutta la vita. Con Maradona, Napoli si “leva i paccheri dalla faccia”. Si risolleva dal post-terremoto, negli anni dell’eroina in ogni vicolo, della guerra di camorra di Cutolo, contando i morti ammazzati quotidiani, della politica del malaffare, dei disservizi, della disoccupazione. E dimostra all’Italia intera che sa vincere qualcosa. Sa rialzare la testa e sa gridare forte al mondo: “A nuje nun c’accire nisciuno”. Da quanto non accadeva? Dalle quattro giornate del ’43, quando a mani nude cacciammo via i nazisti a calci in culo, liberandoci da soli.
Quanti Diego ci sono, in questi vicoli, dentro questo abbraccio pubblico in questa piazzetta che in fondo è una cattedrale laica? Decine, centinaia. Intere famiglie, parenti, amici. Ragazzi che negli anni ’80 neanche erano nati, a cui i padri raccontano ai figli le gesta dell’eroe come i nostri antenati raccontavano i viaggi e le avventure di Odisseo, di Enea e di Eracle.
Li guardo negli occhi e mi rivedo ragazzino, a ballare sopra il cofano di una 127 sfondata che scende tutto il Cavone per unirsi alla fiumana festante di una città che si leva i paccheri dalla faccia.
Se ne va anche lui, oggi. I ricordi si trasformano in mitologia da raccontare. E chi è tutta questa gente, qui, ora? Una famiglia. Che si stringe intorno ad un focolare pubblico. Il Pibe de oro è morto. Ma a Napoli, lo sapete, non muore mai nessuno. Chiunque vive per sempre. Accendete le fiammelle: a nuje nun c’accire nisciuno.
LA MORTE DI MARADONA - Il ricordo di Maurizio Amodio


Buenos Aires, La Boca 2010
© 🄼🄰🅁🄸🄰🄳🄸🄿🄸🄴🅃🅁🄾

Link
https://www.mariadipietro.eu/dalle_baracche_ad_un_sogno_l_urlo_di_chi_non_aveva_niente_diego-d11490

Share link on
CLOSE
loading