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Fotografia della Rêverie

SULLA FOTOGRAFIA DELLA RÊVERIE O DEL TEMPO SOSPESO
di Pino Bertelli

“Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà. Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia!”.
Kahlil Gibra
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La fotografia non ha avuto torto nel pensare che la verità, la bellezza, la libertà, l’uguaglianza siano impagabili... la fotografia ha da sempre nutrito in sé l’innocenza del divenire, ma solo se ne diviene cosciente, può possederla realmente. Nel reame fotografico della fotografia mercatale trionfano mediocrità, bruttezze e banalità che mai mettono in discussione i prodotti della storiografia dominante... i miti o maestri vengono riprodotti da un libro all’altro (da una galleria all’altra, da un museo all’altro), senza mai passare dal vaglio critico del dubbio... il fatto è che la fotografia muore di fotografia. Ogni fotografia implica l’architettura che la pre- cede... la fotografia registra, la bellezza la mostra. Fotografare significa restituire la vitalità e la vivezza della propria esistenza... è la costruzione di un pensiero che si apre a tutti, a tutte, senza distinzioni di sesso, cultura, disuguaglianze sociali... la fotografia che vale è una agorà creativa che nutre la vita e la trascolora in storia. Cosa è la fotografia senza il romanzo autobiografico che l’accompagna? Niente! Il ventre dei fotografi è sempre gonfio di rappresentazioni del mondo, ma raramente le immagini correnti mirano all’epifania di una sovranità etica/estetica inedita. Fotografare senza avere coscienza di sé e dell’altro, non è che rovina dell’anima.
La fotografia della rêverie o del tempo sospeso di Maria Di Pietro rimanda ad infanzie interminabili... quando l’immaginazione era creativa e non era la fantasia ha sognare il mondo, ma la rêverie del sognatore a renderlo vero. La rêverie è una sorta di abbandono o fantasticheria ad occhi aperti, uno stato di coscienza che raffigura la coscienza aurorale dell’uomo di fronte al mondo e dell’apparire del mondo all’uomo (Gaston Bachelard). Qui realtà e soggettività s’intrecciano e sorge una filosofia dell’immaginazione dove la parola, il mito o la storia non sono in questione, è l’anima che conta. E l’anima è ciò che emerge dalla poetica della rêverie... è una confessione o un anatema che decostruisce le convenzioni artistiche, ideologiche e religiose del proprio tempo. La bellezza si misura nei dettagli: quel che si afferma o ciò che si cela. Qualsiasi opera non merita un solo attimo d’attenzione se non contiene la magia del disinganno... ciò che non sappiamo demolisce ciò che non vogliamo.
La fotografia del tempo sospeso di Maria Di Pietro si chiama fuori dal documentarismo occasionale o dalla cronaca giornalistica... il “cimitero dei treni” (del deposito locomotive di Pistoia) è la figurazione di un teatro aperto della storia e della vita quotidiana... scenario di esistenze dolorose, momenti di lotte e speranze, sorrisi trovatori di un tempo passato che in qualche modo è rimasto attaccato a quei treni sospesi tra la malinconia e la bellezza che ancora si portano addosso. Lo sguardo di Maria Di Pietro è severo, asciutto, teso a raccontare una storia d’abbandono, forse anche d’ingiustizia, indignazione, deploro, non so... la fotografa sembra dire che “può renderci migliori solo l’influenza che riceviamo da ciò che è migliore di noi. Ciò che è migliore di noi non possiamo trovarlo nel futuro. Il futuro è vuoto, è la nostra immaginazione a riempirlo” (Simone Weil). Si ama chi si riesce ad amare, indipendentemente dal sesso o dalla classe sociale. Ciò che conta è che l’uomo (o la donna) possieda intel- ligenza, tenerezza e passione per la comunità che viene.
L’iconografia del tempo sospeso della fotografa napoletana è avvolta al pensiero eidetico che nulla riconosce se non il diritto di sognare (mondi nuovi) per tutti gli inclassificabili della terra... i treni fotografati da Maria Di Pietro non sono solo treni dismessi ma anche e soprattutto ciò che queste vecchie locomotive rappresentano ed hanno rappresentato ai suoi occhi di bambina, credo... la fotografia è una creazione del desiderio, non la creazione di un bisogno. Fotografare è il tentativo di trasformare un sogno in realtà (o viceversa). La fotografia non è un problema tecnico da risolvere, ma una realtà da vivere. Non si diviene fotografi impunemente... non si abita la fotografia, si abita una lingua... un amore è questo e nient’altro.
La cartografia del tempo sospeso di Maria Di Pietro non rimanda tanto alla fotografia costruttivista sovietica (come potrebbe sembrare), ma al cinema epico di Abel Gance (La rosa sulle rotaie, 1923), John Ford (Il cavallo d’acciaio, 1924), Buster Keaton (Come vinsi la guerra, 1926) o Jean Renoir (Toni, 1935)... poco importa importa se lei ne è consapevole, ma le inquadrature, le luci, i dettagli che esplora e fissa nella fotocamera, riportano in sostanza a questa grande stagione del cinema in forma di poesia. Il taglio figurativo delle locomotive, dei vagoni, delle ruote, dei binari, dei cieli griffati di nuvole bianche... raccontano non tanto la memoria storica finita in ruggine, ma soprattutto la fascinazione delle forme, della forza costruttiva, impetuosa di macchine del desiderio con le quali andare laggiù dove finisce la terra e comincia il sogno. La storia, come il vento, fa i suoi giri... c’è un tempo per ogni cosa... c’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere... un tempo per distruggere e un tempo per costruire... la storia giudicherà ogni cosa e ogni azione a favore o contro gli uomini (l’Ecclesiaste, anche).
I treni del tempo sospeso di Maria Di Pietro non sono treni, sono corpi in amore... distesi, intrecciati, accostati ad una visione dionisiaca, antropomorfica, che include... le ruote, i pistoni, pezzi di treno, la leggiadria feconda delle locomotive... sono affabulati in una sensualità androgina di notevole compiutezza formale e si ravviva in epifanie amorose (specie nei dettagli o nelle dedicatorie), come il delizioso fiore davanti alla pancia di una locomotiva che gronda sudore e vita piena o, più ancora, nell’edonismo elegiaco, performativo, nel quale i treni si configurano e restituiscono una differente dimensione materica del reale. La felicità non si concede, ci si prende. L’estrema bellezza raramente è volgare, ha sempre qualcosa di strano e di raffinato che respinge la bruttura e incute il rispetto. Tutto è reale perché niente è vero! Niente è sacro e tutto si può violare! La fotografia, quando è nel giusto, riscatta tutte le illusioni di una vita. La fotografia esiste solo fintantoché dura il coraggio, come il potere finché dura la sottomissione degli esclusi sui quali poggia. È così che si crea il senso dell’uomo, della donna, per la libertà.

La fotografia della rêverie (o dell’arte di gioire) deriva dall’intelligenza, dalla riflessione, dalla deduzione della cultura che porta con sé... lacera il velo delle illusioni, denuncia l’indifferen- za delle coscienze, riporta l’immaginale degli uomini e delle donne nell’alveo dell’equità generale e della giustizia sociale... dice che l’ignoranza del bene pubblico e l’arricchimento di pochi determinano l’impoverimento del resto della società. L’esercizio comunitario del pensiero insegna “la necessità di divenire padroni delle proprie opinioni e dei propri desideri” (Michel Onfray), il bene supremo è amare la vita sotto tutte le sue forme... all’uomo non si addice essere suddito, servo né essere considerato merce... quando nessuno sarà costretto a piegare la testa nei confronti di ricchi, governanti e preti, allora questa società potrà definirsi buona. La fotografia della storia è sempre una storia (riscritta) della fotografia applicata alla radice delle cose. Imparare l’arte della fotografia (sulla buona vita, sul buon governo e su noi stessi), significa né essere sottomessi né obbedienti e, al di là del bene e del male, lavorare per le nuove generazioni e l’avvenire di una società più giusta e più umana.
Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 20 volte dicembre 2016.
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