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Ritratto di Favignana

La signorina Clara: incontri autentici.
Tra i vicoletti di Favignana mentre ero alla ricerca di storie da raccontare, scopro di una signorina dal nome Clara che all’età di 91 anni ancora crea bucce di cannolo.
Proprio così, la buccia di cannolo prima della produzione industriale veniva fatta da mani esperte e, Clara, che ha imparato da piccola, fa i cannoli sull’isola di Favignana dal 1946.
La cercai bussando alla sua abitazione, mi avevano indicato che potevo trovarla in centro. Bussai più di una volta senza successo fino a quando un vicino che vendeva, in un cesto di vimini, capperi in contenitori di vetro abbelliti con fiocchi dorati, mi disse che Clara era in campagna. Mi presentai, gli chiesi dei suoi capperi, ne comprai un pò e mi spiegò dettagliatamente come trovarla dall’altra parte dell’isola.
Impaziente di conoscerla presi la bici e corsi ad incontrarla.
Il cancello dell’abitazione era aperto, un giardino rigoglioso di cactus imponenti, delicate boungainville e stupendi oleandri a ricordarmi i giorni della mia infanzia, il suo profumo inconfondibile di sorrisi e tuffi nell’acqua... entrai cercando di capire se ci fosse qualcuno e, provando a chiamarla nessuno mi rispose. Vidi una porta socchiusa e sentii le voci provenire da un televisore, mi affacciai e trovai un anziano seduto con il telecomando in mano. Salutai più di una volta, chiesi permesso ma, capii che il signore probabilmente aveva problemi di udito e mi toccò urlare un “buonasera mi scusi, cercavo la signorina Clara” per catturare l’attenzione di quello che poi, scoprii essere il fratello di Clara. Sorpreso, mi accompagnò al giardino indicandomi il laboratorio di sua sorella, dicendomi che era ancora lì perchè terminava le sue “attività culinarie”, l’impasto dei cannoli.
Il giardino continuava attorniato da piccole mura dismesse, pietre che formavano recinti tutto intorno, una luce che cadeva su ogni immagine, una luce calda, gialla, tenue, come solo la luce del sud sa essere, mi accompagnava verso una stanza circondata dal verde, intravidi un tavolo con sedie di formica bianca anni cinquanta, una tettoia di rami e foglie e fiori di bougainville. Mi avvicinai a quella fotografia che non vedevo l’ora di scattare, una corda che faceva capo dal muro al legno di fronte teneva con vecchie mollette, tovaglie colorate che odoravano di bucato fresco...
Eccola, la vidi di spalle vicino al lavabo, avevo timore di spaventarla e con tono pacato provai a chiamarla... “ signorina Clara...” Lei si voltò, sorrise e mi disse che mi stava aspettando, il suo vicino le aveva accennato che la cercavo.
Quella stanza mi rapì immediatamente, era ferma agli anni cinquanta e solo qualche elettrodomestico di ultima generazione mi riportò ad oggi. Una cucina singer con sopra un tegame, vecchie piastrelle, un lavabo con tendine bianche e, un tavolo con sopra una macchinetta del caffè con vicino un barattolo di vetro che conteneva passata di pomodori, ora pieno di acqua per il fascio di prezzemolo. Feci fatica a parlare con lei senza distrarmi a guardarmi intorno, la fortuna di vedere, ascoltare, immortalare.
Clara mi raccontò subito del suo laboratorio, intimo, suo, solo per pochi, mi raccontò che fare bucce di cannoli la teneva viva, che le faceva paura fermarsi e non continuare a fare quello che da anni e da sempre fa. Mi disse che ormai non produceva più cannoli per le pasticcerie, che quelli che fa sono per gli amici più cari e a Natale, quando va a Bari, per i suoi nipoti. Mi chiese come avevo fatto a trovarla, perché mai volessi raccontare ancora di queste storie visto che ormai i turisti cercano solo il mare cristallino e un locale dove divertirsi la sera. Provai a spiegarle che la mia è una strana necessità e, che la macchina fotografica che avevo al collo è lo strumento che mi tiene legata alla vita, insomma, un pò come il suo strutto ai cannoli.
Passammo un’ora insieme e mi diede appuntamento di prima mattina, alle sette del giorno successivo, per assistere alla creazione delle sue bucce.
La mattina dopo Clara piena di energia, mentre io ero ancora assonnata, era già pronta con la sua pentolona a immergere i cannoli da friggere. Delicatamente, come se stesse toccando dei fiori, una volta steso l’impasto prese delle canne di bambù, (quelle scure sono quelle che hanno fatto da supporto a più fritture e che fino a quando non si sarebbero spaccate venivano utilizzate), dove vi avvolse la forma e la tenne unita ai due estremi con un goccio d’acqua. Ripetette perfettamente questo gesto per dieci, venti, anche cento cannoli... andavano poi messi a friggere e al momento giusto, l’esperienza sapeva quando, andava tolta la canna di bambù e in pentola per qualche minuto ancora restava la buccia che era pronta quando assumeva il suo colore scuro, dorato.
“Le vedi queste bolle Maria? Se non ci sono queste allora il cannolo non è quello vero, devono esserci le bolle.”
Clara continuava il suo lavoro, io la osservavo e continuavo a scattare... ci sono gesti rituali che parlano e raccontano vite, quante volte avrà fritto quei cannoli, quanti ne avranno mangiati, persone che ignoravano come fossero realizzati, io per prima. Mentre le bolle comparivano ad ogni cannolo, Clara mi raccontò della sua infanzia, di quando rinunciò a sposarsi pur di non lasciare l’isola e suo padre, di quando s’innamorò la prima volta, fino poi a parlare dell’Italia di oggi, della situazione dei migranti e con tono sempre più appassionato affermò “io sono orgogliosa di essere “suddista”, perchè il sud è pieno di amore e, prego ogni giorno per le persone bisognose.”
A conclusione della mattinata, la stanza dei cannoli divenne tutt’uno con il fritto, Clara sembrava fosse abituata, io mi sentii maleodorante e, scusandomi con lei, finii nel giardino ad aspettarla. Fu allora che le regalai un piccolo anellino comprato da un artigiano del porto, le dissi che la mia nonna adorava gli anelli, me ne rubava spesso, lei mi chiese come si chiamasse e quanti anni aveva, le risposi che avevo il suo nome e che aveva 94 anni e, lei con gli occhi splendenti gliene augurò altri cento.
Ricambiai e non ebbi il coraggio di dirle che l’avevo persa da poco.
Ci salutammo con la promessa che sarei ritornata l’estate successiva e che per il suo compleanno, a settembre, le avrei spedito un libro con dentro le fotografie che le avevo scattato. Mi lasciò il suo numero e mi abbracciò, “ti aspetto - mi disse - io sono sempre qua.”
C’è un patrimonio, fatto di persone che hanno con sè un bagaglio colmo di vita, un bagaglio che se non ascoltiamo rischia ogni giorno di perdersi.

luglio duemiladiciotto
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