mariadipietro
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Sulla fotografia della vita quotidiana d'una contagiata...


La macchina fotografica come sempre era poggiata in qualche angolo della casa. L’ho presa tra le mani e ho fatto quello che mi viene naturale fare ma, per la prima volta, la storia era esplicitamente mia e non solo: non avevo scampo, potevo solo assecondare me stessa, e guardarmi.
Quando Pino mi ha chiesto di vedere le foto che avevo scattato in quei giorni di solitudine e coraggio, ero restia, "quelli che hanno veramente qualcosa da dire non parlano", gli ho risposto che le avevo scattate per me soltanto, per resistere, per dare un senso a quanto mi stava accadendo ma, soprattutto, perché avevo paura e volevo che, se qualcosa andava storto, ci fosse traccia di quanto vissuto.
Non volevo condividerle, la riservatezza nasce dalla necessità di difendersi da chi può e sa far male, non volevo che qualcosa che mi apparteneva finisse nel frullatore dello spettacolo, è facile fotografare oltre i propri occhi, complicato fotografare quello che è dentro. Un caro amico un giorno mi ha detto "siamo la nostra biografia", raccontarla significa donare qualcosa all'altro e, aveva ragione.
Ho scattato queste foto e, come ogni volta, non sono più solo mie, sono già oltre il mio tempo.
Le parole di Pino, il nostro scambio di mail, mi hanno fatto vedere le cose in modo più chiaro. Mi mandó questo scritto, come solo lui sa fare, da allora sono passati sei mesi e quello che mi porto dentro non è solo la paura e l’impotenza di quei giorni ma, soprattutto la stanchezza di quelli che sono venuti e che tutt’ora vivo “camminando dentro la mia vita che, non è più la stessa.”
Resistere in questo vuoto è dovere ma confesso che sono molto stanca... e la rabbia che ho sempre cercato di trasformare in qualcosa di buono, ora è troppa verso un mondo indegno lasciato tutto sulle spalle di pochi, oggi e domani.
Uno strappo continuo ma, tutto rinascerà, ritornerà il bianco e il giallo.
Rileggo questo scritto ora, sono per qualche giorno nella mia terra, nella periferia, a cercare di assorbire tutta l'energia, le radici per il domani che verrà, quello che vedo in giro mi ricorda le disuguaglianze, persone che si sentono invincibili ignorando qualsiasi verità... altre che sopravvivono con regole che sanno di beffa , un Paese diviso a metà da sempre, ultimi in fila con gli ultimi, margini che fanno male e graffiano il cuore.
Sono passati sei mesi e vorrei poter dire che sto bene e che va tutto bene, ma non è così. Da soli non si va da nessuna parte e per quanto la bellezza la cerchi in ogni soffio di vento, quello che sto sentendo è una fotografia mossa dove l’unico parte dell’immagine a fuoco è nell’angolo, riconoscibile solo dalla poesia.
Il resto, Pino ha saputo trovare le parole.
agosto 2020

"... come il profumo di oleandri che sentivo da bambina, come il primo incontro d'amore che odorava di salsedine..."
Maria


"La fotografia imperante è il lutto dell'ironia e della verità,
per questo va restituita all'oblio... se poi non ci riusciamo che importa... ciò che vale è che sta a noi seminare schegge di disobbedienza o costruzione di situazioni ribellistiche,altri migliori di noi prenderanno i nostri semi e ne faranno spuntare fiori profumati di libertà, forse...
Salud y anarquía "
epistolario di resistenza



SULLA FOTOGRAFIA DELLA VITA QUOTIDIANA D’UNA CONTAGIATA DAL CORONAVIRUS E L’IMMAGINE CONTAMINATA DI UN POPOLO NELLA CIVILTÀ DELLO SPETTACOLO


Maria è stata contaminata dal Coronavirus… non ha fatto drammi… ha affrontato la paura insieme a qualche amica/o che la amano per la donna particolare che è… ha perso l’olfatto e il gusto, ma non l’orgoglio della fotocamera che accede alla fierezza… così ha fotografato la sua vita da confinata in casa…
di Pino Bertelli

"A Lei e Lei, perché non hanno smarrito i baci al profumo di tiglio e compreso che i corpi in amore hanno l’eternità dietro e davanti a sé…"


«Le quattro direzioni saranno colpite dalla siccità e appariranno continuamente presagi di sventura. Le dieci azioni malvagie aumenteranno, in particolare la collera, l’avidità e la stupidità, e gli uomini non si preoccuperanno dei loro padri e delle loro madri più di quanto facciano i caprioli (…).
Uomini devoti, nell’era della confusione e malvagità dopo la mia morte, il paese cadrà nella devastazione e nel disordine, gli uomini si deruberanno l’un l’altro e la popolazione sarò ridotta alla fame. A causa della fame a quel tempo molti uomini decideranno di lasciare le loro case [per farsi monaci]. Tali uomini si chiamano “zucche pelate”. Quando questa folla di “zucche pelate” vedrà qualcuno che cerca di proteggere il corretto insegnamento, lo inseguirà e lo caccerà, o addirittura lo ferirà o lo ucciderà. Questa è la ragione per cui io, adesso, do’ il permesso ai monaci che osservano i precetti di associarsi ai laici che portano spade e bastoni. E, anche se essi recano spade e bastoni, io li chiamerò uomini che osservano i precetti ».

Dal trattato, Adottare l’insegnamento corretto per la pace del paese, di Nichiren Daishonin, 1260

I. L’immagine contaminata di un popolo nella civiltà dello spettacolo
Gli eventi soggettivi più profondi sono anche i più universali, perché in essi si tocca il fondo originario dell’esistenza… dagli antichi sappiamo che le pandemie (come la peste o quelle legate ai virus, più o meno conosciuti), contengono anche un’inclinazione filosofica o pratica di sopravvivenza… e mostrano quanto sia debole o illusoria la credenza che i produttori e gli utilizzatori della scienza possano tutto contro i patimenti o l’agonia della vita, specie quando la vita di milioni di persone è gestita da un numero ristretto di profittatori, saprofiti o potenziali assassini della condizione umana… e in ogni era hanno trovato sempre un seguito di “zucche pelate” o “zucche vuote” a sostegno dell’oppressione, della dominazione violenta e brutale dei loro padroni.

In questo senso l’immagine di un popolo (quello italiano intendiamo, perché qui che siamo capitati a nascere) contagiato dal Coronavirus è anche il ritratto di una contingenza culturale/politica che desta non poche perplessità… questa volta — e d’ora in poi — il capitalismo parassitario dovrà fare i conti non solo con le periferie del mondo che stanno chiedendo — con tutti i mezzi utili — la fine delle disuguaglianze… e prima o poi burattinai e burattini che governano in questo modo e a questo prezzo finiranno nelle fogne dalle quali sono venuti… ma da adesso in avanti saranno costretti a fare, e noi con loro, attenzione all’imprevisto, all’inconcepibile, al disastro ambientale nel quale è precipitato il pianeta e del quale sono i primi responsabili. Dopo la desertificazione, l’incendio delle foreste pluviali, lo sfruttamento massivo delle risorse minerarie della Terra, le guerre, la fame, la sete, i neocolonialismi, la sovrapproduzione di merci… arrivano le epidemie planetarie, ora un virus, domani altri virus che si spanderanno nel genere umano con così tanta tragedia, terrore e impotenza che nemmeno le carneficine dei conflitti armati hanno mai procurato nelle folle, sempre serventi alle bandiere, agli ideali, alle fedi… si uccide e si viene uccisi perché una minoranza di arricchiti possa essere sempre più ricca e la maggioranza d’impoveriti, sempre più povera.

“C’è una correlazione evidente tra il Coronavirus e il collasso del capitalismo mondiale. Allo stesso tempo, appare non meno evidente che ciò che ricopre e sommerge l’epidemia del Coronavirus è una peste emotiva, una paura nevrastenica, un panico che insieme dissimula le carenze terapeutiche e perpetua il male sconvolgendo il paziente. Durante le grandi pestilenze del passato, le popolazioni facevano penitenza e gridavano la loro colpa flagellandosi. I manager della disumanizzazione mondiale non hanno forse interesse a persuadere i popoli che non vi è scampo alla sorte miserabile che è loro riservata? Che non resta loro che la flagellazione della servitù volontaria? La formidabile macchina dei media non fa che rinverdire la vecchia menzogna del decreto celeste, impenetrabile, ineluttabile laddove il folle denaro ha soppiantato gli Dei sanguinari e capricciosi del passato” (Raoul Vaneigem, 17 marzo 2020, in Sicilia Libertaria, Numero fantasma di aprile 2020). Tutto vero. Il capitalismo è una violenza accettata, la politica è la sua imposizione e conferisce il lasciapassare a tutte le distruzioni dell’imperio economico.

L’immagine di un popolo nella società spettacolare del Coronavirus ha qualcosa di sbalorditivo… la paura di essere contagiati è vera, l’infeudamento della paura e il controllo sociale che ne deriva, forse anticipa altri tipi di custodie collettive… quando si comincia col mettere la museruola a tanti, si annuncia anche la centralità del potere… di lì a poco si riaprono luoghi di detenzione per sovversivi e gli inerti indossano la camicia nera, grigia o rossa del potere in carica… forse non sarà proprio così e il nostro scetticismo verso i governanti di qualsiasi nazione è condizionato da condotte etiche di gente che dovrebbe essere espulsa anche dai cessi del parlamento appena apre bocca… tuttavia ci pare che questi esperti della barbarie continuino a propagare la cretinizzazione popolare che li sostiene… gli affari non si fermano e gli affaristi neanche… le guerre continuano, i migranti affogano, le banche prosperano, il riscaldamento globale s’innalza a livelli preoccupanti (gli operai vanno a fare in culo tra malattie professionali, tumori o altri agenti patogeni)… lo sconquasso del virus che avanza contiene una comica finale, tutti dicono: “Niente sarà come prima!”. Noi lo speriamo e pensiamo inoltre che si metta fine a tutte le sorveglianze, discipline, punizioni, perché dove niente è acquisito e tutto comincia di nuovo, forse c’è anche la possibilità di fare della disobbedienza civile il primo passo verso l’insurrezione della vita quotidiana.

Così mentre il virus miete vittime senza guardare ai ceti… le Borse alzano i dividendi (o li fanno fluttuare come vogliono per meglio determinare l’orientamento dell’economia politica e la sudditanza delle genti)… i telegiornali fanno vedere che si stampano i soldi e tutti ne avranno secondo i bisogni… l’intera “società civile” resta relegata a casa a parlare con il numero dei morti, dei contaminati e dei salvati sul divano… i senzatetto salgono sugli alberi e quando muoiono sporcano tutti i giardini (un vero disastro per i cani). Gli artisti dello Show business (il mondo degli affari che alimenta quello dello spettacolo)… calciatori, attori, registi, cantanti, presentatori, scrittori e intere famiglie di ammiratori… fanno i loro show alle finestre e sui social-network… i bambini dipingono arcobaleni sulle lenzuola e scrivono “Andrà tutto bene”. Niente di male… del resto questo è un Paese dove ha sempre trionfato la soggezione a un qualsiasi Mito, Tiranno o Simulacro, affinché soltanto la Favola della felicità sussista.

Il ballo in maschera di tutti con tutti si ripercuote di città in città, l’allegria (un po’ smorzata nell’edulcorato o nel mesto d’occasione) sborda dai media e anche le pubblicità s’ammantano di “solidarietà” (?!)… i giornalisti raccontano il virus con dedizione e impegno, certo… riportano con fedeltà quello che dicono le veline della Protezione civile e del governo e dichiarano lo stato di guerra… usano parole come prima linea, trincea, attacco al cuore del virus… fanno vedere contagiati ingabbiati nei lettini, bare, barelle, ospedali… i più impertinenti realizzano una qualche inchiesta sulla realtà incerta o celata della pandemia… qualcuno s’accorge che dottori, infermieri, vecchietti relegati in “case di riposo” (una sorta di segregazione organizzata secondo schemi non sempre leciti o addirittura criminali) o gruppi familiari contagiati che sono ormai allo stremo… non hanno bisogno solo di mascherine, guanti o tute di carta, ma soprattutto di un’attenzione o di una prevenzione sociale un po’ più illuminata… la Confindustria chiede il prosieguo del lavoro (si può tradurre anche in continuazione dello sfruttamento) e un’intera nazione al confino non sa più a che santi (o padroni) rivolgersi (nessuno fa più l’amore e nemmeno le seghe)… l’intero assetto conviviale si riduce a portare a spasso il cane, farsi degli stupidi video e le catene della disciplina si stringono sempre più attorno ai corpi, alle idee, al futuro… il separato combatte il virus, è vero… e il virus esonda nell’umore temporaneo di speranza solo dopo un certo numero di morti… il virus diviene il più grande di tutti gli spettacoli (solo la bomba atomica di Hiroshima e il crollo delle torri gemelle di New York hanno avuto un simile risguardo mediatico) e ciascuno s’inventa inferni o paradisi inconcepibili. La paura nasconde le nostre ferite: c’insegna come sanguinare di nascosto. I resti di dignità li lasciamo alla storia dei vinti, scritta sempre dai pennivendoli dei vincitori.

Va detto. Millenni d’impoverimento della natura umana e della Terra, la reggenza (devastante) del capitalismo finanziario e la cialtronerie degli schiamazzatori della politica, dell’imprenditoria e delle collusioni mafiose (con appresso i tecnici/paravento dei governi), hanno sprofondato interi popoli in nuove schiavitù e decretato la fine del pianeta. Se lo stato delle cose continua ad essere quello della civiltà violata, separata, negata, omologata alla comunità illusoria della produttività… le epidemie saranno cicliche e faranno parte della disumanizzazione del mondo. Perfino il Papa, in un attimo di strana lucidità — peraltro mai apparsa sul suo viso, nemmeno quando confessava il dittatore argentino Videla —, si è accorto che i poveri sono tanti e i ricchi pochi… allora si è rivolto al suo Signore (?!) e gli ha detto d’intervenire in favore dei contagiati dal virus… il Signore ha subito mandato turbe di angeli sulla Terra e per bocca dell’uomo vestito di bianco sul trono della chiesa di Roma, ha detto: “A chi sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha!”. La cosa notevole nell’epoca del virus è che ciascuno non fa distinzione tra il credere o non credere alla salvezza eterna, meglio un tozzo di pane in terra che salire al cielo con i ladroni, alcuni dicono… del resto tutte le “fedi” (avere l’assoluta convinzione nella verità e giustezza in qualcuno che dice di fare quello che non fa, se non a favore dei propri privilegi) sono un’invenzione dell’uomo, come i campi di sterminio. Chi le appoggia è un assassino, chi ci crede è scemo.

I funesti demiurghi della politica sono facili alla dimenticanza quanto al plotone di esecuzione… sono sempre stati portatori del peggio e non si vede come questa volta che hanno a che fare con un nemico invisibile, possano d’improvviso diventare sollevatori di tante povertà o insicurezze… siccome “l’intelligenza va avanti solo se ha la pazienza di girare in tondo, cioè di approfondire” (E.M. Cioran), non si capisce come questi gestori di scranni riescano a trovare sacche di saggezza da qualche parte?… tuttalpiù sono capaci di approfittare un po’ meno, dati i tempi, però sarà certo molto difficile scardinarli dai loro errori, orrori e rapine d’alto bordo… gli idioti non si uccidono generalmente mai, sembra che resistano anche ai virus… per decenza dovremmo essere noi ad aiutarli a scomparire.

La scienza (sovente a fianco del più armato o quantomeno non canta le lacrime degli uomini ma delle loro armi e merci), a forza di subordinare la salute della popolazioni alle leggi del profitto, ha trasformato uomini e animali in esperimenti di mutazione antropologica (Pier Paolo Pasolini, diceva) e con la conseguente distruzione della natura siamo entrati in un ciclo di distruzione dell’umanità… i deserti avanzano, i ghiacci si sciolgono, le catastrofi aumentano… l’urbanizzazione delle grandi città provoca l’immiserimento di milioni di persone… guerre e terrorismi sono diretti o allevati dai “servizi segreti” e mercanti d’armi (prodotte dalle grandi nazioni “civili” e dai regimi comunisti)… i soldi hanno il colore del sangue e se vengono ammazzate migliaia di persone che importa? La miseria dei poveri non conta, i profitti dei ricchi sì. I linguaggi del “valore d’uso” dominanti sono “chiacchere” ben assestate nel cervello dei dominati, ma solo dai creatori di bellezza, verità, giustizia e del bene comune può venire la necessità di un cambiamento sociale: solo dalla liquidazione pura e semplice degli dèi può rinascere una civiltà.

II. Sulla fotografia della vita quotidiana d’una contagiata dal Coronavirus

La fotografia quando è grande, o quando è stupida, figura il ritratto di un’epoca… a tutti gli effetti è una religione d’affezione — al servizio degli interessi imperanti, ben remunerati, o basta anche un passaggio in televisione o fare il testimonial di qualche calendario di auto o di caffè (le donnette nude e false più dei trattati internazionali sulla pace dei governi, piacciono molto e sembra che abbiano un affetto d’imbecillità di notevole ristorno dei prodotti) —. L’annientamento degli smarriti, dei probi o degli entusiasti passa da una divinità, una dottrina o da una credenza all’altra… gli ingannati confondono il percorso identitario con l’apoteosi della merce e nemmeno s’accorgono che i soli maestri da ascoltare sono quelli che si fanno allievi di qualcosa di più grande, di una visione più larga della vita e infondono il fuoco interiore di resistenza sociale che porta alla coscienza di sé e al divenire liberato degli individui… è nei momenti di estremo dolore (rovesciato in ascolto, comprensione, condivisione) che si continua a vivere… passare dalla passività all’azione che sconfigge la paura e acquisisce la saggezza inconosciuta dell’amore universale.

Maria Di Pietro è una fotografa che si è chiamata fuori da tutte le cordate della fotografia mercatale… le sue immagini si affrancano a schegge dell’emarginazione sociale e restituiscono la verità alla verità… le fotografie dei rom, dei bassifondi napoletani e perfino di vecchi treni ammucchiati in piazzali che li relegano a “pezzi da museo” o li fanno morire nella ruggine (come a dimenticare queste “carcasse” che hanno trasportato sogni, speranze, migrazioni forzate), riflettono una prospettiva altra dell’esistere… a un passo dalla vita come dalla morte… ma non è il ricordo che Maria porta sulla scena dell’immaginario, è la memoria storica che disvela come destino inesorabile di un tempo in cui il razionale, il conveniente, l’ingannevole, l’esuberanza, la collera… vincono sulla presenza della realtà e la divorano per instaurare una concezione alienata della conoscenza… che è la gradazione accettata del potere sull’uomo/la donna, nel distacco da tutto ciò che è giusto, buono, bello… ma solo se alla fotografia spuntano le ali dell’inedito si può pensare che allontanarsi da questo mondo significa comprenderlo! E l’inedito è il sentimento della propria finitudine creativa/sovversiva che diventa storia.

Maria è stata contaminata dal Coronavirus… non ha fatto drammi… ha affrontato la paura insieme a qualche amica/o che la amano per la donna particolare che è… ha perso l’olfatto e il gusto, ma non l’orgoglio della fotocamera che accede alla fierezza… così ha fotografato la sua vita da confinata in casa… le sue iconografie diventano immagini-parole del familiare e ammantate dalla malinconia dolce di un’anima inquieta, mai persa, ha costruito una fenomenologia dell’esilio che conduce a una poetica dei segni o quanto meno alla grazia di un surreale che diventa altro da ciò che vive (o viceversa). La sofferenza personale si trascolora in sofferenza sociale e anche il senso d’abbandono che talvolta sopraggiunge dalle istanze istituzionali — fatti salvi medici, infermieri, volontari, familiari che non si tirano indietro da scelte coraggiose —… dalle sue fotografie emerge non tanto una sorta d’accusa (anche giusta) contro apparati sprovvisti di un reale senso dell’umano, ma la circostanza individuale/comunitaria in cui tutto è ingiustificato e niente è risolto. Contraddizioni e inconseguenze organizzative lasciano le persone in uno stato di trasognamento che non raggiunge le necessità primarie dei contagiati né dei prossimi al contagio… si muore o si vive all’ombra del culto dell’inutile e dell’artificio… i funzionari della desolazione sono gli stessi che dicono di combatterla… qualcosa non torna… il cane addomesticato preferisce la zuppa e il collare alla libertà, il lupo dei boschi mangia quando va bene la caccia ma non rinuncia alla sua libertà. Il virus è una malattia globale perché globale è la dissipazione del pianeta e del genere umano piegati (sottomessi) all’ideologia totalitaria del profitto: più essa è forte, più afferma la trasformazione poliziesca della percezione in sudditanza. L’economia mercantile è il volere d’una classe dominante che ha sostituito la realtà con la violenza, il controllo, la sorveglianza tecnologica e si porta dietro anche i sintomi necrofili della propria caduta.

La cartografia immaginale (che è la sostanza dell’immaginario) di Maria è essenziale, austera, scevra d’ogni orpello estetizzante — una finestra aperta sul muro di una casa, i suoi piedi che sbucano da sotto il lenzuolo, il lavandino con i saponi, l’obiettivo della fotocamera accanto a un flacone medico, un piatto di pasta su una sedia, la mano che mostra una scatola di farmaci, i sacchi della spazzatura, una tazza vuota, un giradischi e la mascherina, il televisore spento con dietro un’immagine di Man Ray, muri ripresi dalla finestra, anche di notte, una molletta sul filo dove si stendono i panni, lo smartphone con la chiamata alla mamma, la schermata delle raccomandazioni per le persone in isolamento domiciliare per il Covid-19 e quella di Luis Sepúlveda, il computer con la mela su una coperta marrone (e, più ravvicinata, l’immagine di un uccellino fatto con la carta che sembra volare via dalla stanza), alcuni libri sul bordo del letto (La voce a te dovuta di Pedro Salinas, Sacre scritture, Il cinema sovversivo di un autore che ci è sconosciuto) — figurano una filosofia di vita e anche nella costrizione dicono che possiamo affrontare qualsiasi cosa e cercare di sbaragliare qualsiasi timore, quando con noi portiamo i nostri amori.

Ci sono altre immagini significative che affrontano il dolore e si avvicinano a una certa serenità solo per aver esaurito la credibilità nei flagellatori che detengono il lutto pubblico — la mano dell’infermiere con la sacca del tampone, i risultati delle analisi e una sorta di autoritratto senza volto, dove Maria stringe il pugno al cuore tra la compassione e la risorgenza —… questa specialmente, gronda tanto di speranza quanto d’indignazione… le origini delle grandi sciagure pubbliche e private s’affrontano, sembra dire Maria, con la coscienza di sé che non inganna ma, anzi, diffida di tutto quanto si richiama alle stigmate della benevolenza e s’accorda con quanti denunciano i miasmi della riabilitazione sociale, senza credere all’ossessione astratta di questo progresso.

L’affabulazione dell’inadatto o non addomesticato fuoriesce da un comportamento, un modo d’essere, un dire e fare che evidenziano un carattere, un temperamento, una risposta nuda insomma che invera le manifestazioni del potere o dei suoi crolli… la fotografia qui travalica il l’individuale e si mette dalla parte dei più deboli anziché da quella delle forze che ne schiacciano la fantasia e perfino la vita… la volontà di potenza di Nietzsche s’incontra col pensiero libertario che riporta la bella individualità fuori dai sarcofagi del redditizio (anche elettorale) d’una pestilenza… affronta gli uscieri dell’indifferenza, le fumosità ministeriali, le rigidità dei protocolli, i discorsi presidenziali col ghigno (non solo fotografico) dell’ironia, dell’umorismo e del cinismo, anche. L’artista (autentico) reagisce al franamento delle masse verso i bassifondi della politica, della finanza, delle mafie, perché proprio lì trionfano i raggiri, gli inganni, le corruttele e i conformismi d’ogni epoca.

Le fotoscritture del contagio di Maria… affrontano il virus come malattia da sgominare, certo con farmaci o arnesi utili a debellarla, più di ogni cosa però è la tempra personale che non si fa avvolgere o ripugna l’accettazione della sconfitta… così, ecco… l’immaginario di Maria s’addossa alla fotografia che non gratifica il concettuale, che non celebra momenti eclatanti, che non resta incatenata all’oggettualità simbolica… si adopera ad una costruzione di situazioni (in opposizione al funzionalismo razionalista), alla finitezza dello stile, al rifiuto dei santini della confessione in pubblico… la fotografia si assume qui il diritto a vivere e definisce in primo luogo la devianza che non riconosce nessun obbligo, alcuna legge né altre imposizioni, segue solo le proprie radici culturali/politiche per combattere l’insipienza o l’inadeguatezza o la sprovvedutezza del corpo politico, del potere che s’impone solo grazie al consenso di coloro sui quali viene esercitato. La fotografia così fatta, potrà anche essere emarginata o silenziata o vilipesa, espulsa dalla galleristica del virus (e la Rete è già sommersa d’inutilità abissali)… ma nessuno potrà impedire che la sua radicalità visuale tracimi idee e valori innestati nella contestazione di una società del fanatismo, indissociabile dai limiti utilitaristi e dai massacri del neocapitalismo.

Ludismo, libertà, senso dei piaceri sono intrecciati nel fare-fotografia sull’orlo del privato, dove lo spavento è rigettato nell’elevazione della solitudine (come una ferita aperta nel cuore dei giorni) che riporta al calore di un abbraccio a venire… Maria costruisce un’estetica dell’esilio sull’estetica della contaminazione… la privazione fisica che subisce la capovolge in sguardi della rinascita… fa di un’estetizzazione del virus la destituzione del dolore… si riappropria in qualche modo del suo corpo, ricorre all’emozione del suo amore che le sta accanto, lì, a un tiro di bacio… e sui registri del magico sostituisce la fotografia che ha cessato di resistere con quella che resisterà… aderisce alla passione d’amore per la vita che la abita e là dove l’afflizione devasta tutto al suo passaggio, si appropria del desiderio liberato da tutti i casellari dello spettacolare integrato (che s’insinua financo nei flagelli collettivi)… svuota i tormenti della malattia in percorsi di fraternità (attraverso lo specchio/autobiografia della fotografia), per esortare a differire da tutte le feticizzazioni dello Stato (cioè nidificare il dissidio e contrastare il momento presente con la vitalità creativa di un altro sapere). Scongiurare la vergogna dell’intollerabile significa farsi carico delle colpevolezze (sempre impunite) dei possessori di concetti e gerarchie valoriali pianificate che determinano la servitù volontaria dei molti — che è l’alienazione dei popoli per mano del fucile, dell’aspersorio e del vocabolario di una minoranza di variopinti potentati —… e dare inizio allo smantellamento del principio di autorità come unica ragione. La fotografia della risorgenza dunque è un linguaggio dell’inattuale e s’accosta a un’altra realtà, quella dove la libertà, la giustizia e il rispetto dei diritti umani non sono ridotti a nulla o poco più… il divenire rivoluzionario di una società di liberi e uguali è nella capacità di abiurare l’edificio sociale, fino a dissolverlo, e fare della propria vita un’opera d’arte.


Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, ventidue volte aprile 2020

Pubblicato su Zralt, un luogo libertario, dove si “restituisce la verità alla verità”...
Perché di verità abbiamo bisogno,
Di verità, di sogni e di poesia. Open link[/justify]
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