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Guardami

"Un'estetica nobiliare della verità che vuole respingere infelicità dappertutto. Quella di Maria è una fotografia della condivisione... riporta in superficie ciò che le istituzioni hanno cercato di sotterrare... non è solo una fotografia in amore verso gli esclusi... è anche una fotografia di denuncia (ma senza le menzogne o le furbizie idiote della fotografia giornalistica spesso a libro paga della politica, della finanza... anche quella più sporca) che si schiera dalla parte della giustizia e della bellezza...
...quando gli uomini e le donne si accorgeranno della fame di bellezza che c'è
nei loro cuori... ci sarà la rivoluzione nelle strade della terra."

di Pino Bertelli

Catalogo in vendita: Your text to link here...
Siamo nella periferia di Giugliano in Campania, la terza città della Campania per ordine di grandezza e uno dei capoluoghi della terribile “terra dei fuochi”. Siamo al campo rom di Masseria del Pozzo. Dopo anni di spostamenti e sgomberi, dai campi della zona Asi di Giugliano, in cui hanno vissuto per quasi trent'anni, alla circumvallazione esterna, circa quattrocento persone sono state sistemate in un area attrezzata di fronte una discarica dismessa. Quando dieci anni fa iniziai a documentare le condizioni disumane in cui vivevano queste persone, mai avrei immaginato che il futuro avrebbe riservato loro una situazione tanto assurda. Avevo venticinque anni quando ho conosciuto la vita di questa gente. Un giorno qualunque accompagnai mia zia al lavoro nella zona Asi di Giugliano, vidi delle baracche, bambini sorridenti che correvano a piedi scalzi. Li guardai di sfuggita dal finestrino dell’auto, quella striscia di terra era sempre più grigia... Dovevo tornare in quel luogo e tra quella gente senza un vetro che ci separasse... Il futuro di questa terra è ormai conosciuto da tutti e, ultimi degli ultimi i rom furono  messi qui, a ridosso di una discarica che emanava gas, nel silenzio e nell’indifferenza, come tutta la gente di questa terra avvelenata... questa terra nera che ogni autunno accoglie le sue mele che aspettano di arrossire alla luce del sole.
Non ho mai voluto fermare il mio sguardo sui volti dei bambini, spesso si percepiscono le loro foto come uso sfacciato di pietà e commiserazione, ma questa volta non ho esitato. Questi bambini dal calar del sole, per tutta la notte, non riuscivano a respirare, le loro notti erano insonni. Questi bambini presentavano escoriazioni sulla pelle e attendevano una visita medica. Il mio sguardo si è fermato su di loro affinché i loro occhi siano guardati attentamente, perché nessuno possa dire: io non ho visto.
Maria


13 novembre 2018
di Antonio Esposito

Ti interrogano quei bambini, raccontano storie i loro corpi sporchi e le loro ferite, indignano e scuotono quei piedi nudi a calpestare terre devastate da sversamenti e discariche. Non c’è mai pietismo, sensazionalismo, morbosità nei ritratti di Guardami. Fotografie, di Maria Di Pietro, appena pubblicato da Città del Sole con la prefazione di Pino Bertelli e l’introduzione di Felisia Toscano, rifuggendo la pornografia patinata di tanta fotografia e fotogiornalismo imperanti; non ritraggono la superficie, scavano in profondità, senza sconti, restituendo lo scandalo della vita racchiuso in una vicenda, quella delle comunità rom di Giugliano in Campania.
All’inizio degli anni Duemila nella zona Asi di Giugliano, insistevano diciannove campi rom, una eterotopia di baracche costruite tra i confini dell’area industriale e quelli di un’enorme discarica abusiva, un fossato profondo decine di metri che venne poi ricoperto, insieme a tutto il suo carico di veleni, in poche settimane per dare spazio a nuovi insediamenti industriali. In quegli anni, i rom, mentre giungevano da tutt’Italia migliaia di camion a sversare veleni, erano considerati i soli responsabili degli incendi di rifiuti in quella che sarebbe stata poi denominata “la terra dei fuochi”. Le mamme giuglianesi inscenavano proteste affinché i bambini rom, ritenuti sporchi e geneticamente ladri, non andassero a scuola con i loro figli. Il comune di Giugliano pensò di risolvere il problema igienico-sanitario delle comunità che vivevano a ridosso delle discariche installando delle docce chimiche nei campi. Infine, gran parte dei campi fu sgomberata, su ordine della Procura, per rischio ambientale. Venne realizzato un “campo attrezzato”, ma solo per duecento delle circa seicento persone che abitavano la zona Asi, separato dall’area industriale da un enorme muro costato trecentomila euro alla Provincia per lo “sviluppo economico” del territorio. Le altre famiglie, più di trecento persone, iniziarono quello che Tonia Limatola, nel saggio Da stanziali a nomadi, ha definito “l’esodo lungo la circumvallazione esterna dei rom di Giugliano”: una lunga diaspora, durata mesi, che ha visto centinaia di persone vagare lungo “la spina dorsale del diavolo” (come Raffaele Del Giudice chiamava la circumvallazione), cercando accampamenti di fortuna fuori i centri commerciali, ovunque scacciati o accolti da manifestazioni di protesta mentre alcuni bambini di questa disperata carovana morivano per freddo e infezioni.
Nativa di Giugliano, Maria Di Pietro ha incontrato i rom negli anni della giovinezza, e li ha fissati su pellicola nel corso del tempo. Tra le foto del libro, quelle dei campi della zona Asi sono le uniche a colori. Sono poste alla fine del volume, a dare radici al racconto in bianco e nero dedicato alle vicende della comunità che, dopo l’esodo sulla circumvallazione, si era insediata in località Masseria del Pozzo. Qui, il Comune aveva speso circa quattrocentomila euro per realizzare un campo accanto a un’enorme discarica sotto sequestro giudiziario, con continue esalazioni di biogas che appestavano l’aria provocando gravi patologie ai quasi quattrocento abitanti del campo, oltre il settanta per cento bambini, con i segni visibili sui loro corpi (e ora nelle foto di Di Pietro).
Con un gruppo di attivisti, tra cui Yasmine Accardo, Mario Leombruno e Luca Romano (questi ultimi autori del documentario Terrapromessa dedicato a questa storia), Maria ha frequentato quel campo per oltre un anno, raccogliendo sguardi e situazioni che restituiscono un’insanabile contraddizione tra il dolore di quella condizione e la vitalità straordinaria di questi bambini, l’alienazione di una situazione ambientale insostenibile e la grande dignità di quei container trasformati in case, la diffidenza della comunità verso i gagè e la grande accoglienza che tante famiglie rom hanno sempre riservato a chi pure gli è stato vicino.
L’intervento di Amnesty International, dell’European Roma Rights Center e della Commissione parlamentare dei diritti umani, documentari, denunce in tribunale sostenute da associazioni e avvocati, inchieste sugli organi di stampa nazionali e internazionali, gli spazi dedicati in rassegne come il Festival del cinema dei diritti umani, tutto questo ha portato alla chiusura di Masseria del Pozzo. Ma per la comunità rom, tutta costituita da persone nate a Pozzuoli, Marano, Giugliano (ma di nazionalità bosniaca) si è aperta solo la strada dell’ennesimo campo, in una traversa di via San Francesco a Patria, lì dove scoppiò una fabbrica di fuochi d’artificio e dove le condizioni di vita di queste persone si sono fatte ancora più difficili.
Le foto di Maria Di Pietro raccontano, con uno sguardo capace di dolcezza e denuncia, tutta questa storia che abbiamo rimosso. Inaugurano la collana di fotografia sociale “Zero in condotta” di Città del Sole diretta da Bertelli perché, come indicato dallo stesso maestro toscano alla presentazione del volume domenica 11 novembre, «questa è una fotografia che dice qualcosa su qualcosa, possibilmente contro qualcuno, che rompe il velo dell’apparenza e il muro dell’indifferenza, che si fa ascoltare come la musica». Foto che, ha ricordato la stessa Di Pietro, dovevano essere parte di una mostra che poi venne censurata, e che ora ritrovano, con questo libro non solo bello, ma necessario, un luogo capace di accoglierle. Guardami. Fotografie non ci dice però solo della vicenda dei rom di Giugliano, ma, come solo l’arte sa fare, diventa racconto universale, sull’oppressione, sull’ingiustizia, sulla devastazione ambientale, ma anche sulla straordinaria, contraddittoria bellezza e vitalità che questi bambini portano nei loro corpi, nei loro occhi, insieme alle loro ferite, anzi proprio a partire da queste ferite.

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